
«Avevo circa 11 anni e in vacanza sull’isola di Jersey rimasi magnetizzato da un vasaio che lavorava l’argilla al tornio» racconta l’artista britannico Terry Davies. «Mia madre mi raccontò, negli anni successivi, che non smisi mai di parlare di questa ‘visione’. Trovò un laboratorio nella nostra città dove i bambini potevano avvicinarsi alle arti e ai lavori manuali. Ogni sabato mattina, durante le vacanze scolastiche, frequentavo una classe per due ore a settimana».
Com’è stato il tuo percorso di formazione? «Ho avuto difficoltà a scuola a causa di problemi di apprendimento, e quel periodo della mia vita fu molto infelice. Mio padre e io viaggiavamo nei fine settimana per visitare piccoli studi di ceramica, per lo più laboratori di una sola persona, ma senza possibilità di assumere apprendisti. Durante una di queste visite, un vasaio ci parlò di uno studio che prendeva un apprendista ogni anno. Mi fu concessa una prova, che superai a pieni voti, e iniziai poche settimane dopo aver lasciato la scuola. Avevo 16 anni. Questa formazione nel Regno Unito era chiamata “leach training”, dal nome del maestro vasaio Bernard Leach. La mia formazione professionale durò 3 anni: era un lavoro duro e intenso, arrivando a produrre anche 500 tazze al giorno. Negli anni successivi, ho scambiato le mie abilità al tornio producendo ceramiche per altri vasai, in cambio di esperienza nella tecnologia degli smalti e nella costruzione dei forni».
C’è stato un punto di svolta nella tua carriera? «C’è stato un momento nella mia vita in cui ho capito che non stavo più producendo in serie, ma creando pezzi ceramici individuali. Ho iniziato a osservare ceramiche di molte culture, antiche e moderne, e ho anche cominciato a collezionare pezzi di molti artisti contemporanei, dalla Francia alla Germania, fino a ceramiche antiche provenienti da tutto il mondo».
Quanto è stato difficile ottenere riconoscimento? «Nei miei primi anni ho scoperto cosa mi separava dalle gallerie di alto livello dedicate alla ceramica artistica: contava con chi avevi studiato, non quanto fossi bravo. Io non avevo studiato con un maestro famoso, ma in uno studio di produzione. Sapevo che il mio lavoro era ben fatto, ma mancava qualcosa: uno spirito, una direzione».
Il viaggio sembra essere una costante nel tuo lavoro. «Sì. Il viaggio è stato importante per me e per lo sviluppo delle mie idee e del mio lavoro. Verso la fine degli anni ’80 cercai di usare le mie competenze come strumento per finanziarlo. Il primo fu un soggiorno di 3 mesi su un’isola greca, assistendo una ceramista con una scuola estiva. Da lì nacque l’opportunità di soggiornare nel famoso villaggio ceramico di La Borne, dove scambiai le mie abilità al tornio producendo per altri ceramisti, in cambio della possibilità di studiare la costruzione e la cottura dei grandi forni tradizionali a legna della Francia centrale. Tornai poi sulla costa sud dell’Inghilterra e fondai la Stapehill Pottery, situata in un bellissimo monastero. Sembrava tutto pronto per una buona vita da vasaio di villaggio ma il desiderio di viaggiare tornò presto, e in breve tempo vendetti tutto, preparai lo zaino e volai in Colombia».
E dalla Colombia come sei arrivato in Italia? «Il mio interesse per il mondo primitivo della ceramica aveva preso il sopravvento: collezionavo vasi da molti paesi dell’America centrale e meridionale. Questo mi portò poi a viaggiare in Australia, ancora una volta scambiando le mie competenze, e poi in Nuova Zelanda. Trascorsi quasi 3 anni in viaggio prima di un breve ritorno nel Regno Unito. Nel frattempo avevo scoperto le ceramiche della dinastia Sung del sud e sud-est asiatico. Collezionavo pezzi provenienti da relitti e campi agricoli in tutto il sud-est asiatico, riuscendo poi a trovare acquirenti a Singapore. Nell’inverno del ’98 mi fu chiesto se volessi lavorare per alcuni mesi in una scuola di ceramica qui in Toscana. Accettai. Sono ormai 25 anni che vivo qui, nella bellissima campagna, dove ho costruito la mia vita con la mia compagna italiana Clara».
Cosa definisce oggi il tuo mestiere? Puoi parlarci della tua tecnica chiamata “Pelle di Elefante”? «Il mio lavoro astratto e materico, talvolta chiamato “pelle di elefante”, deriva originariamente da un vasaio coreano di cui ero un grande ammiratore, anche se non potevo permettermi di acquistare una sua opera. Il mio lavoro iniziale in Italia era grès cotto a sale/soda, una tecnica difficile, talvolta chiamata smaltatura a vapore: il colore e lo smalto entrano nel forno sotto forma di vapore di sodio, ottenuto introducendo bicarbonato nel forno caldo, che reagisce con la superficie dell’argilla a 1.300 gradi centigradi producendo lo smalto. Il mio lavoro non veniva compreso: era troppo astratto per il mondo della ceramica in Italia in quel periodo. Ero determinato a vivere e lavorare qui, ma qualcosa doveva cambiare. Durante l’estate viaggiavo verso fiere internazionali in Austria e Germania, riuscendo appena a mantenermi».
E quando è arrivata la svolta? «Sono diventato membro fondatore dell’Associazione della Ceramica, un gruppo di ceramisti soprattutto nell’area fiorentina. Nel 1999 nacque un mercato della ceramica a Firenze, e oggi si svolge in Piazza Santa Croce ogni primo fine settimana di ottobre, diventando una splendida esperienza internazionale. In quegli anni iniziai nuovi esperimenti con il mio lavoro materico, e nacque la “pelle di elefante”, che ebbe grande successo in Italia e in Europa. In Italia iniziò a essere percepita quasi come qualcosa che andava oltre la ceramica, vista sotto una nuova luce. Alcuni designer iniziarono a utilizzare le mie opere per esposizioni nei grandi saloni di Milano. Armani Casa visitò il mio studio e mi chiese di realizzare una piccola tazza da sakè e una ciotola da tè per una nuova collezione. Molti di questi pezzi furono venduti nella galleria Armani Casa di Tokyo. È stato importante per il curriculum, ma non particolarmente vantaggioso dal punto di vista economico».
Oltre agli oggetti, sei impegnato anche su progetti performativi. Di cosa si tratta? «Nei miei primi anni a Certaldo ho incontrato Alberto Cavallini (detto Caba), insegnante in pensione e appassionato di ceramica. Caba divenne il mio maestro di storia italiana, arte e architettura. Insieme siamo diventati una forza importante nel movimento della ceramica performativa pubblica legata al fuoco. Abbiamo progettato un forno a pannelli che poteva raggiungere i 1.100 gradi e, al calare della notte, i quattro pannelli si aprivano come un fiore, rivelando la scultura ceramica incandescente all’interno. Io e Alberto abbiamo viaggiato in tutta Italia, dal Veneto alla Puglia. Non abbiamo mai smesso di sperimentare nel tempo libero. Uno dei nostri esperimenti è stato utilizzare bottiglie di vino riciclate come materiale da costruzione per un forno ceramico. Alcuni test sono stati fatti nel mio giardino, riuscendo a cuocere ceramiche usando bottiglie e argilla del campo. Il nostro modello è stato pubblicato in un libro americano intitolato “Sustainability in Ceramics”. La città di Faenza stava organizzando un festival biennale chiamato Argillà. Qui vendevo le mie ceramiche, e il sabato sera io e Alberto eravamo protagonisti sul palco centrale, in una piazza gremita a mezzanotte per il nostro spettacolo. Insieme abbiamo cotto opere di ceramisti molto famosi, come il grande Nino Caruso».
Com’è lavorare oggi come ceramista in Italia e dopo così tanti anni, cosa ti motiva ancora? «L’Italia è progredita nel mondo della ceramica. In tutta Europa stiamo vivendo un vero boom: sono nate molte scuole e molti giovani stanno intraprendendo la strada del ceramista. Non è un mestiere facile: trasformiamo un materiale come l’argilla in qualcosa di completamente nuovo, la ceramica, e in questo processo ci sono molte difficoltà legate alla chimica e alla fisica. L’Italia è molto diversa rispetto a 20 anni fa. Oggi ci sono molti nuovi mercati e festival della ceramica. Le tecnologie moderne, come Instagram, hanno favorito una fusione di interessi e uno scambio di idee. È gratificante aver affrontato difficoltà, fallimenti, sperimentazioni e viaggi: questi aspetti della vita di un vasaio, secondo me, sono una necessità fondamentale per il successo».
