
Nella stessa casa di montagna dove un tempo la nonna conviveva con lo stretto necessario, oggi accumuliamo oggetti inseguendo una finta apparenza. A cinquant’anni dal terremoto del Friuli, un viaggio intimo tra memoria e consumismo moderno: si stava davvero meglio quando si stava peggio?
Mi capita spesso di pensare a quanto diversa fosse la vita una volta. Abito nella casa dove è nata e ha abitato mia nonna. Una piccola casa indipendente all’interno di una graziosa corte in un piccolo paese di montagna.
Nella casa dove adesso abitiamo in 4 una volta abitavano 7 persone: mia nonna, i suoi genitori, un fratello e 3 sorelle. Il piano terra, dove ora c’è il mio laboratorio, la cantina e un ripostiglio, una volta c’era la stalla per gli animali.
Il primo piano era ed è la zona giorno, mentre al secondo piano la zona notte con due camere da letto.
La struttura della casa non è cambiata neanche dopo il terremoto del 1976 e quest’anno si ricordano i 50 anni da quel terribile evento. È stata ristrutturata e le scale che erano aperte tra un piano e l’altro sono state chiuse da grandi finestre.
Mi piace ascoltare i racconti di mia nonna, sul poco spazio a disposizione in casa che bastava, sul baule che c’era sul pianerottolo delle scale (dove adesso ho la mia libreria, quella in foto) con le coperte e i vestiti del cambio stagione oppure sul fatto che i miei bisnonni avessero la camera nel soggiorno separato da una tenda.
Una volta sicuramente avevano pochissimo, però mi chiedo se con tutto quello che abbiamo adesso siamo veramente felici o se è soltanto un’apparenza. Armadi pieni di vestiti, mobili che si cambiano per soddisfare la propria creatività e la propria voglia di rinnovamento, acquisti “compulsivi” per seguire mode e per non perdersi novità che ci vengono proposte sempre più frequentemente.
