
Abbiamo intervistato Inga Sempé, ecco cosa ci ha risposto.
Lei viene da una famiglia di artisti (il padre era l’illustratore francese Jean-Jacques Sempé, la madre è la pittrice danese Mette Ivers, ndr). La creatività è un fatto di DNA e di ambiente, in qualche modo?
Non direi che sia un fatto di DNA perché i miei genitori non venivamo da famiglie in cui ci fosse una vena artistica, per niente, e sono comunque diventati degli artisti. Ma che possa essere una questione d’ambiente, certo: nessuno dei due mi avrebbe rimproverata se avessi voluto disegnare tutto il giorno… anche senza fare (quasi) niente altro!
Nel 2024, per la Triennale di Milano, ha curato la mostra ‘La casa imperfetta’. Cosa non sopporta in una casa perfetta?
«Non sopporto l’immagine di falsa perfezione mostrata da alcune riviste, dai social… Case dove tutto è pensato, niente viene spostato – e nel caso lo farebbe un addetto – solo per essere considerati perfetti, un esempio da seguire. Sono cresciuta in una ex caserma, in un appartamento con il pavimento un po’ curvo e rivestito di vecchie piastrelle. Tanti libri e tanti disegni, tutti mobili vecchi comprati nei mercatini delle pulci, niente di nuovo tranne la TV. Si sviluppava su due piani, con la vista sul giardino di un edificio dedicato all’ospitalità delle ragazze che venivano dalla provincia a studiare a Parigi e sul convento collegato a questo edificio. Ricordo la loro campana che suonava ogni quarto d’ora, dalle 6 della mattina fino alle 10.30 di sera…
Trovo le case perfette noiose, non mi fanno venire voglia… Ho voluto mostrare come si può vivere con i miei oggetti senza avere la casa perfetta. E che ciò che viene chiamato, sbagliando, ‘design’ – in contrapposizione al ‘non-design’ – può essere usato da tutti, non solo da chi è ricco, in modo normale».
Nella casa dove vive oggi, invece, sono presenti molti degli oggetti che ha disegnato? E se sì, ce ne dice alcuni?
Certo, ce ne sono, anche se non penso mai a me stessa o alla mia casa quando progetto qualcosa. Il mio divano è un Ruché disegnato per Ligne Roset, coperto di raso verde scuro. Il raso è ‘a prova di gatto’, perché loro non amano graffiare quel tessuto. Tengo in salotto anche la prima cosa progettata da me a essere stata prodotta, la lampada da terra gigante in tessuto plissettato disegnata per Cappellini. L’ho comprata all’asta perché il mio contratto era molto ‘tirchio’ e non era previsto nessun esemplare per la designer… Ho anche tante lampade disegnate per Hay, come la Matin e la Mousqueton che funziona a batteria. E anche quelle progettate per la svedese Wästberg (ora W+): Lampyre e Île. Le tende sono realizzate con un tessuto che ha un pattern disegnato per Ligne Roset. Poi c’è il mobile Oltralpe, in specchio curvato, disegnato per Glas Italia.
Uno dei suoi progetti più apprezzati è proprio il divano Ruché per Ligne Roset. Da dove le è venuta quell’ispirazione?
«Volevo un divano che avesse tanta ‘aria’ sotto il sedile, per non ridurre visivamente il volume della stanza. Per me è importante pensare alla vita della gente normale che abita in appartamenti poco spaziosi, non alle rockstar. Non voglio che le mie proposte diventino un incubo, arrivate in casa…».
Nella sua vita, ha sempre avuto una forte connessione per l’Italia. Ha studiato a Roma, alcuni dei suoi primi progetti sono stati messi in produzione da Cappellini, Alessi, Edra… C’è qualcosa di peculiare nell’approccio italiano al design?
L’approccio italiano è questo: tutto è possibile o impossibile fino all’ultimo momento, quindi si può conservare sempre la speranza, si sente che sarà fatto tutto il possibile fino all’ultimo momento affinché i progetti prendano vita. Poi c’è anche un’apertura, una vera cultura del lavorare con i designer che non esiste in Francia, perché storicamente voi avete avuto un’esperienza di grande successo. Infine, quello che amo è che si può scherzare e ridere lavorando, dettagli tanto importanti quanto… il pranzo!, che sarà anche lui di prim’ordine. Verso le 11 arriva sempre la domanda “Inga, pesce o carne?”. Insomma, in Italia, o almeno nelle aziende per le quali ho lavorato, si sa che ridere e mangiare insieme con piacere concorrono in modo decisivo alla qualità del progetto e che non sono una perdita di tempo, anzi. Perché il dialogo è l’elemento che lega tutti i pezzi di un progetto venuto bene.
È vero che ama in modo particolare lavorare con i tessuti? Cosa le piace di più nel disegnare un pattern e nello scegliere il materiale giusto per realizzare il progetto che ha in mente?
È vero nel senso che tessuto, cartone e carta erano gli unici materiali con i quali potevo lavorare da piccola in un appartamento parigino, e con quelli facevo tanti modellini. Il tessuto è un materiale con cui lavoro fin dall’adolescenza per cucire i miei vestiti. Per un pattern si lavora in 2D (anche se in verità la tessitura di un tessuto si fa in 3D) ed è per me una sorta di riposo, è meno complicato rispetto alla realizzazione degli oggetti in 3D, con le loro numerose difficoltà sotto il profilo della struttura come della produzione. La scelta del materiale giusto, poi, viene quando si è trovata l’idea. È il materiale che deve servire l’idea, tranne quando si lavora con un’azienda la cui storia è legata all’utilizzo di una materia specifica. Ovviamente, a Glas Italia non proporrei mai un mobile tutto in legno!
Sappiamo che è appassionata di mercatini. Nella sua città, Parigi, quali frequenta di più?
«Amo i mercatini perché trovi anche gli oggetti quotidiani, le cosine da niente, i mobilacci storti… Abbiamo il Marché aux Puces de Saint-Ouen (detto anche Clignancourt), enorme e diviso in tanti sotto-mercatini, ma il mio preferito è il Marché de la Porte de Vanves, piccolo e completamente all’aperto».
Facciamo un gioco: mi dice il nome di un o una designer del passato che le piacerebbe aver conosciuto o con il quale le sarebbe piaciuto lavorare, il nome di un o una collega che apprezza particolarmente e un o una giovane designer da tenere d’occhio?
Non è un gioco, è una minaccia! A dire il vero non vorrei incontrare un designer del passato, perché credo che la maggioranza delle persone non corrisponda a quello che fa. Il grande rischio è quello di incappare in una delusione… Comunque sceglierei un Italiano, con il quale potrei almeno allenarmi con la lingua. Per il designer contemporaneo, scelgo Clara Von Zweigbergk che è una designer svedese che amo molto, e in questo caso la sua personalità e il suo lavoro corrispondono: sono entrambi allegri e leggeri. Poi, parla anche lei italiano e chiacchieriamo nella vostra lingua. Tra i giovani designer, penso a Camille Viallet et Théo Leclerc.
Il mio obiettivo è sempre stato quello di avere i miei oggetti nei negozi, di far parte del movimento della vita, non nei musei. Inga Sempé
A cura di Claudio Malaguti
