
Oki Sato aveva dato vita da un anno allo Studio Nendo, che in giapponese significa ‘creta da modellare’, quando fu scoperto da Maddalena De Padova
e Giulio Cappellini, nel 2003 al Salone Satellite di Milano.
Questa intervista è un’occasione per parlare con lui, tra i tanti argomenti, del suo rapporto con il design italiano. Ma non solo…
Il suo rapporto con il design italiano è molto profondo. Possiamo dire che lei è stato scoperto come designer – almeno nel contesto europeo – da due grandi figure come Maddalena De Padova e Giulio Cappellini?
Sì, è proprio così. Il mio rapporto con il design italiano è molto profondo e si può dire che sono stato scoperto da due grandi figure: Maddalena De Padova e Giulio Cappellini. Nel 2003, quando esponevo al SaloneSatellite – la porta d’accesso per i giovani designer – il fatto che notassero il mio lavoro divenne il principale catalizzatore per la mia attività sulla scena globale. Credo che se non li avessi incontrati, Nendo così come lo conosciamo oggi non esisterebbe.
In che modo il design italiano e quello giapponese sono simili e in che modo sono profondamente diversi?
Spesso spiego la differenza tra il design italiano e quello giapponese paragonandoli allo sport. I designer italiani tendono a lavorare in modo intuitivo, passando molto rapidamente dall’idea alla produzione. È uno stile che paragono alla boxe: sferrare un pugno bellissimo e istantaneo. Al contrario, i designer giapponesi sono spesso più analitici, hanno un approccio più vicino al judo o all’aikido: assorbono l’enorme energia e i vincoli dell’azienda e poi usano il design per reindirizzare quella forza verso una nuova soluzione.
Sebbene gli approcci siano diversi, entrambe le realtà stanno cambiando. Credo che le aziende italiane e quelle giapponesi si stiano orientando verso partnership a lungo termine, valorizzando i rapporti continuativi con i designer per coltivare un marchio nel tempo, piuttosto che creare progetti unici e a breve termine.
Secondo lei qual è il ruolo del design italiano nel mondo oggi?
Credo che il design italiano continui a fungere da ‘bussola’ per l’estetica globale, soprattutto nell’arredamento e nell’interior design. E non soltanto per una questione di forma o di stile, ma per la cura che mette in proporzioni e materiali e per le atmosfere alle quali dà vita, che sono in grado di influenzare il modo in cui le persone immaginano poi i propri spazi abitativi ideali. Ciò che lo rende davvero unico è l’equilibrio tra elementi opposti: rimane profondamente radicato nella storia e nell’artigianato, pur reinterpretandoli costantemente con una leggerezza contemporanea. Questo delicato equilibrio tra tradizione e innovazione è il motivo per cui il design italiano non tramonta mai e rimane attuale in ogni epoca.
Il nome Nendo in giapponese significa ‘creta da modellare’ e suggerisce un’idea di flessibilità e di legame con il lavoro manuale, oltre che con un sapore antico. Come si traduce questa idea nei progetti dello Studio?
L’idea è proprio quella di un bambino che gioca con la creta, mescolando liberamente i colori e cambiando forme e dimensioni. In contrasto con l’ambiente rigido in cui ho studiato architettura durante la specializzazione, sono rimasto colpito dalla libertà di espressione progettuale che ho potuto osservare al Salone del Mobile di Milano nel 2002. Ho dato il nome allo studio con il desiderio di ‘progettare in modo più flessibile, trascendendo i generi’. Questa filosofia continua a riflettersi in tutti i nostri progetti odierni, come un approccio che attraversa i mondi dell’architettura, degli interni e del prodotto, contaminando le esperienze e le tecniche di ciascuno.
La maggior parte dei suoi progetti ha qualcosa di sorprendente, una brillantezza che sorprende e un tocco poetico. Come si concilia questa inclinazione con le richieste del cliente?
Ho sempre creduto che il concetto di ‘funzione’ dovesse includere il ‘divertimento’. Aggiungere elementi emozionali – quelli che io chiamo ‘spezie – come umorismo e sorpresa è un prerequisito per un buon design. In particolare, il minimalismo giapponese può talvolta dare un’impressione fredda e inavvicinabile se portato all’estremo, ma aggiungere un po’ di questo ‘spezia’ crea familiarità e crea una connessione tra l’utente e l’oggetto. Per quanto riguarda l’equilibrio tra richieste del cliente e vincoli tecnici, risolvo questo problema non considerando i vincoli come limitazioni, ma piuttosto trasformandoli in valore emozionale.
Lo Studio Nendo spazia in molti campi del design. Avete progettato anche interni e abitazioni. Ha una visione particolare per quanto riguarda l’ambiente domestico?
Nendo spazia in un’ampia gamma di generi, dai piccoli articoli di cancelleria all’architettura su larga scala. Piuttosto che limitarsi a combinarli, cerchiamo nuove espressioni sovrapponendo attivamente ambiti diversi, per esempio applicando idee e dettagli del design di prodotto all’architettura. In questo contesto, la casa è uno spazio in cui ogni elemento che progettiamo – dai mobili e dai piccoli oggetti che le persone toccano, alla composizione spaziale e all’architettura stessa – interagisce e converge in modo complesso. In questo senso, ritengo che il design residenziale sia uno dei risultati finali in cui l’approccio di Nendo trova piena espressione.
Uno dei tuoi lavori più recenti è per ALPI, le collezioni Kasumi e Futae. Come è nata questa collaborazione? E qual è l’idea alla base?
La collaborazione con ALPI è nata dal nostro interesse per la loro eccezionale tecnologia di decostruzione e ricostruzione del legno naturale, che dà vita al cosiddetto ‘legno ingegnerizzato’. Solitamente, questa tecnologia viene impiegata per riprodurre perfettamente le venature del legno naturale, ma siamo intervenuti intenzionalmente in questo processo per tentare di ottenere espressioni che non esistono in natura. Kasumi esprime gli effetti moiré e le fluttuazioni simili a foschia derivanti dalla sovrapposizione delle venature del legno, mentre Futae ritrae l’aspetto di diversi legni stratificati l’uno sull’altro. Con entrambe le collezioni, abbiamo mirato a creare una nuova espressione del legno, che si colloca a metà strada tra la precisione di un prodotto industriale e il calore di un materiale naturale.
Puoi raccontarci qualcosa di un progetto su cui stai lavorando e che vedrà la luce nel 2026?
Nel 2026 dovrebbe entrare in servizio il nuovo TGV, progettato da Nendo dentro e fuori. Il nostro obiettivo per questo progetto era ridefinire il treno ad alta velocità non semplicemente come una ‘macchina in movimento’, ma come uno ‘spazio vitale’. Anche per un veicolo che viaggia a oltre 300 km/h, abbiamo ritenuto che non ci fosse bisogno di un ‘design dall’aspetto veloce’ che ricordasse un’auto di F1. Piuttosto, proprio come in una casa, abbiamo dato priorità al comfort di essere ‘ordinario’ e a un senso di nostalgia che ne velasse delicatamente la novità, piuttosto che ai suoi tratti ‘speciali’che potrebbero creare tensione nei passeggeri.
Ci siamo concentrati sulla qualità del tempo trascorso lì (emozione) piuttosto che sul movimento in sé (funzione). Per esempio, nella zona lounge della carrozza ristorante, abbiamo disposto in modo casuale panche e cuscini ispirati ai ciottoli di fiume per creare uno spazio libero e rilassante simile al soggiorno di casa.
Un evento da ricordare:
‘50 Manga Chairs’, installazione con la quale Nendo al Fuorisalone del 2016 presentò 50 sedie dalla finitura a specchio le cui forme si ispiravano ai tipici fumetti jap.
